MEDIAZIONE SISTEMICA RELAZIONALE

La Mediazione familiare è un percorso di aiuto nei casi di cessazione di un rapporto di coppia a qualsiasi titolo costituito o di conflitti parentali che implichino aspetti emotivo-relazionali, volontario, sollecitato dalle parti, finalizzato alla riorganizzazione delle relazioni familiari ed in particolare al raggiungimento di accordi concreti e duraturi concernenti l’affidamento e l’educazione dei minori, gli aspetti economici e patrimoniali, e tutto quanto previsto dalla normativa vigente in tema di separazione e divorzio.

La Mediazione familiare offre ai genitori un contesto strutturato e protetto dove poter esprimere dubbi, perplessità, emozioni, connesse con le difficoltà della fase separativa, favorendo le potenzialità evolutive della crisi, in funzione della maturazione e della tutela dei figli ed apprendere un modello di comunicazione più sano e funzionale al nuovo assetto familiare.

Il Mediatore familiare AIMS è un professionista che utilizza le proprie competenze specifiche per costruire un’esperienza relazionale significativa in un clima di fiducia, sostegno e cooperazione, ponendo al centro del percorso di aiuto i bisogni e gli interessi di tutte le persone coinvolte nell’accordo, in particolare dei figli. L’approccio relazionale-sistemico valorizza quindi la relazione nella misura in cui l’individuo viene colto entro la struttura dei rapporti che ha con altri individui nei vari contesti di appartenenza. Il conflitto deriva da “confligere” che significa cozzare insieme, combattere. Quindi il conflitto porta all’idea della lotta e in maniera più estesa alla guerra. In tal senso l’idea di conflitto si è legata a una concezione distruttiva dello stesso e quindi negativa; ma il conflitto fa parte della vita, come la violenza e la lotta. Il conflitto, non è nè un bene nè un male, c’è semplicemente; e noi dobbiamo imparare a “trasformarlo” sia nella relazione tra parti in conflitto sia soprattutto con noi stessi. Quindi il conflitto è nell’individuo e nella relazione: ne fa parte. Il punto di vista sistemico ripropone la famiglia nella sua storia intergenerazionale e nel suo ciclo di vita. I figli come la generazione dei nonni sono parte essenziale di questa storia e pertanto non possono e non devono essere esclusi dalla ricostruzione della stessa.

La separazione si può definire compiuta, in senso evolutivo quando vengono “risolti” i nodi relazionali legati ai ruoli coniugali che hanno portato alla dissoluzione del matrimonio. Rimangono, anche se trasformati i ruoli genitoriali; ovvero si rimane genitori.
In sintesi l’intervento di mediazione familiare considera:

  • l’attenzione alla comunicazione tra le parti interagenti;
  • l’accoglimento delle emozioni e della sofferenza ;
  • l’attivazione di tutte le risorse familiari con rifiuto delle deleghe;
  • la connessione tra l’adattamento della famiglia alla separazione e la fase del ciclo vitale in cui si trova;
  • l’ampliamento del campo di osservazione alla rete relazionale passata, presente e futura;
  • la presenza dei figli che diviene più efficace quando essi esprimono desideri e paure che possono negoziare con i genitori.

Un argomento centrale nella separazione coniugale è relativo alla questione del trattamento di quel dolore che tutti i membri di una famiglia, sempre e comunque, si trovano a vivere in occasione della rottura del legame coniugale, in molte situazioni i genitori erroneamente, ma in perfetta buona fede, ritengono che per il bene dei figli è preferibile non mostrare i propri sentimenti, nascondere il proprio disagio per non farli soffrire, dando così agli stessi un doppio messaggio: il primo relativo alla fragilità degli adulti nell’affrontare il proprio e altrui dolore, il secondo invece relativo a ciò che può essere espresso o no; ovvero è come se ai figli arrivasse il messaggio che solo i sentimenti positivi possono essere esplicitati e di conseguenza il dolore va trattenuto e non esternato.
La mediazione familiare aiuta anche a superare un luogo comune per cui la separazione produce sempre effetti devastanti sulle famiglie e che a soffrire sono soprattutto i figli e coloro che vengono “scaricati”, lasciati.
La separazione rappresenta sì una ferita per le famiglie che l’affrontano, ma che di per sé non determina l’insorgenza di seri disagi psicologici più di quanto non accada nelle famiglie nelle quali le coppie coniugali, pur rimanendo unite, non riesco ad affrontare e a risolvere le difficoltà di comunicazione e le questioni attinenti alla relazione di coppia e alla cura e crescita dei figli.
Quando il dolore non può essere esplicitato, e quindi viene rimosso o negato, finisce, specie nel caso dei figli, per incistarsi. Il rischio, in questi casi, è che quel dolore possa trovare modo di essere manifestato solo dopo anni, in occasioni che in qualche modo lo richiamano; nel frattempo però il più delle volte questi figli si sono costruiti modalità evitanti le situazioni di disagio e di sofferenza. Questo forse è uno dei rischi maggiori a cui sono esposti i minori durante la separazione dei genitori e ne abbiamo conferma nelle occasioni di incontro terapeutico che viene richiesto, a distanza di tempo dall’evento separativo, da persone che necessitano di un aiuto per affrontare problematiche che nulla hanno apparentemente a che vedere con la separazione stessa.
Certo, esistono situazioni nelle quali viene appresa, all’opposto, una modalità enfatizzata di esprimere la propria sofferenza, altrettanto dannosa in quanto finisce per dare lo stesso valore a disagi profondamente differenti tra loro e soprattutto perché non consente di dare soluzione positiva ai propri problemi. Il mediatore, come afferma Cigoli, deve porsi nella posizione di ricercare sì delle risorse presenti nel sistema, ma deve soprattutto fare una corretta diagnosi dei limiti presenti nella coppia separata o in via di separazione. Occorre essere capaci di individuare non solo le abilità di negoziazione tra i due partner, legata al riconoscersi in quanto persone con una propria identità, in modo da poterla sostenere e arricchire, ma sarà opportuno saper cogliere anche la necessità di ricorrere ad altri strumenti di intervento nel caso la coppia non mostrasse di possedere gli elementi basilari per operare una negoziazione.

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